Delitti efferati ed etica dell’informazione… secondo Giorgio Vitali

Ho seguito con molta attenzione le sedute che si sono accavallate su tutte le Reti televisive, ed in quasi tutti i programmi esclusi i film, relative al delitto di Avetrana. Poiché sono stati convocati tutti gli esperti possibili, ed anche di più, il primo problema che si dovrebbe porre il telespettatore è la complessità in cui si vengono a definire i ruoli dei convenuti. Qualsiasi altra considerazione dovrebbe essere secondaria.

 

Quindi gli eventi che intercorrono nell’analisi e nella valutazione di un evento sono sicuramente collegabili alle interferenze reciproche dei dialoganti.

 

Prima di tutto è il giornalista conduttore che ha le massime responsabilità: fare audience, accontentare rutti i convenuti, dare il massimo spazio ad ogni intervento ed alla molteplicità delle argomentazioni, suffragate peraltro da conoscenze specifiche e da specializzazioni pregresse.

Giornalisti intervistati: richiamare l’attenzione sulle loro testate.

Psicologi: richiamare l’attenzione su loro stessi e sulla scuola di cui fanno parte.

Studiosi di prossemica e di programmazione neurolinguistica: far capire l’importanza della loro specializzazione.

Criminologi: allargare l’area del dibattito e proporre loro tesi (alternative), ed indirettamente proporre se stessi.

Avvocati: ( sempre di parte): devono dimostrare di difendere ad oltranza la parte.

Famigliari: ( sempre di parte) perorano la loro causa difendendo se stessi ed il nucleo famigliare.

Pubblico: intervenire per mettersi in vista esponendo un’ipotesi personale.

Considerazioni di contorno: l’attenzione al limite del morboso riservata all’avvenimento ci dice primariamente che dietro le quinte si sapeva benissimo ( o si intuiva con quasi certezza) cos’era successo. E si volesse cavalcare l’onda dell’emotività per arrivare gradualmente alla cruda verità e contemporaneamente incassare uno scoop formidabile.

 

Altro aspetto non trascurabile è il quadro famigliare inserito in un contesto provinciale di dipendenza da miti e riti televisivi. Qui abbiamo un nucleo famigliare di tipo arcaico, chiuso in se stesso e poco aperto all’ambiente circostante, ove emergono invidie, gelosie, volontà di nuocere e far soffrire, rivendicazioni risalenti all’infanzia, attenzioni anch’esse primordiali, di anziani parenti nei confronti di giovanissime e fragili adolescenti. Non è una novità. Nella periferia di Roma, come di assicuravano molti medici di base, l’incesto è frequente.

Ma ciò che più colpisce è costituito dai nomi di battesimo di queste ragazze, che risuonano di personaggi da soap-opera amerikana. Anche questo è un aspetto della “modernizzazione” made in USA.

 

Colgo qui l’occasione per dire che questi nomi mi infastidiscono come espressione di una dipendenza culturale senza scusanti. Una tipica espressione della provincia ( italiana, francese, belga, tedesca o olandese…).

Fermo restando che ci troviamo di fronte ad una tragedia con connotati di classicità (il delitto intrafamiliare, come ad esempio, il Tieste di Seneca) va sottolineato quanto sia importante, per uno studioso dell’evoluzione culturale, l’elaborazione dei concetti interpretativi dei comportamenti presunti, che costituiscono il motivo del contendere, e, di conseguenza, anche la rappresentazione televisiva già in se stessa e, comunque, spettacolo, dramma spettacolare. Altrimenti non ci sarebbero così tante rappresentazioni, mentre è stata passata sotto totale silenzio una tragedia a mio avviso ben più grande, quella della madre italiana maltrattata dalla polizia francese che le ha ucciso ed espiantato il figlio senza alcun motivo.

 

A questo punto c’è anche una valutazione che va fatta in relazione all’evoluzione umana.

 

I dati statistici che solo un secolo fa non esistevano perché non c’erano strumenti idonei a rilevarli con una certa coerenza, ci comunicano un’incredibile costanza di questi fenomeni. A volte la variazione di anno in anno è infinitesima rispetto al numero totale di eventi: omicidi, infanticidi, suicidi. Altra considerazione: fino a poco tempo fa non esisteva una tale profusione di chiacchiere su un qualsiasi argomento tragico. Con esclusione del caso Montesi, e conseguentemente del caso Sotgiu, avvocato accusatore di democristiani, a sua volta squalificato come “guardone”, ma semplicemente perché dietro c’erano implicazioni politiche molto rilevanti, compreso un giro di droga fra vip dell’epoca. Si trattava di tabù?? Non lo credo. Si tratta semplicemente della mancanza di competenze specifiche che oggi ci sono e giustamente chiedono di essere sentiti di fronte ad un pubblico attento, nel quale ci sono moltissime persone che, anche se non praticanti una professione, hanno seguito studi umanistici, come psicologia, comunicazione, sociologia, psicologia, giurisprudenza, programmazione neurolinguistica e tutte quelle culture emergenti non ancora accademizzate ma presenti nel panorama culturale europeo.

 

Giorgio Vitali

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